Il museo paleontologico


Si avvisa che  il MUSEO PALEONTOLOGICO “LUIGI BOLDRINI”  

è momentaneamente chiuso al pubblico per lavori di ristrutturazione e allestimento



La collezione dei fossili di questo museo, tesoro di inestimabile valore scientifico, soprattutto per il numero di specie rinvenute, è considerata uno dei più ricchi e importanti patrimoni paleontologici a livello europeo.

La miniera e i suoi tesori

L’attività mineraria si è sviluppata a Pietrafitta con la scoperta di ampi giacimenti di lignite, formatisi millenni fa quando l’area era un immenso bacino d’acqua dove i resti vegetali depositatisi sul fondale hanno dato vita al carbone fossile.

Il giacimento fossilifero costituisce una vera e propria “finestra” sull’ antica conformazione dell’area, fatta di paludi, laghi e praterie popolate da numerose specie animali, molte delle quali del tutto scomparse. Le ricerche e gli scavi hanno permesso, nel tempo, di tentare delle ipotetiche ricostruzioni dei paleoambienti, della flora e della fauna che caratterizzavano l’area circa 1.500.000 anni fa: esisteva sicuramente un lago circondato da paludi con molta vegetazione acquatica, vaste praterie nei fondovalle e foreste di latifoglie di specie arbustive ormai scomparse. La documentazione fossile ci indica anche una ricca fauna composta dagli abitanti degli ecosistemi acquatici, delle praterie e delle foreste. Infine i resti paleozoici sembrano indicare l’inizio di un periodo di grandi cambiamenti della fauna del posto, molto probabilmente dovuto alla forti oscillazioni climatiche che preannunciano il passaggio dal Pleistocene inferiore al Pleoistocene medio.


Cos'è la Lignite

La lignite è un sedimento fossile, organico e un combustibile di limitato pregio perchè conserva un alto grado di umidità. È stata ampiamente utilizzata in tutta Italia fino agli anni cinquanta e sessanta, per la produzione di energia elettrica durante il boom economico e, nel territorio piegarese, veniva soprattutto conferita agli altiforni di Terni per la produzione dell’acciaio.
Le ligniti di Pietrafitta sono parte della successione sedimentaria del Bacino di Tavernelle che circonda l’alta valle del fiume Nestore, si sono formate probabilmente in ambiente palustre e presentano uno spessore di circa 9m. La deposizione delle ligniti ebbe inizio, probabilmente, in seguito ai movimenti tettonici che causarono l’elevazione del delta del paleo-Nestore e la conseguente formazione di ambienti caratterizzati, in parte, da acque dolci stagnanti. Nel 1958 fu costruita una centrale termoelettrica alimentata dalla lignite estratta in zona, che funzionò fino al 2001, esaurendo il giacimento.


La Collezione di Fossili

I depositi ligniferi sono in gran parte costituiti da materiale erbaceo, tra cui predominano i rappresentanti delle famiglie Cyperaceae e Graminaceae, probabilmente queste piante si depositarono in aree paludose, ai margini di un bacino d’acqua, caratterizzate da un'abbondante produzione di materiale organico.
Verso la fine del Pleistocene (1,6 - 1,4 milioni di anni fa) successive attività tettoniche causarono la fine della sedimentazione palustre e l'inizio di un ciclo erosivo.

Gli scavi hanno restituito numerosi resti fossili di vertebrati, invertebrati e flora. I mammiferi rappresentano attualmente la parte più cospicua e variegata della collezione: uccelli, rettili ed anfibi. Sono stati recuperati anche tracce e resti di insetti.

I fossili emersi dalla lignite del bacino di Pietrafitta sono costituiti da scheletri interi o parziali di grandi mammiferi del Pleistocene inferiore le cui ossa spesso sono in connessione o sovrapposte fra loro. Tale conformazione non consentiva di procedere allo “strappo” dei singoli elementi della carcassa perché i tempi di prelievo sarebbero stati particolarmente lunghi ed avrebbero interrotto le attività estrattive della cava di lignite. Per questo motivo nel corso degli anni è stato sviluppato un sistema più veloce chiamato “Recupero Veloce” o tecnica delle “Culle”. Quando veniva ritrovato un reperto, per prima cosa, si procedeva a scoprire tutta la superficie che conteneva i resti scheletrici che venivano puliti, tenendo tutte le superfici ben umide e ricoprendo con garze ed altri prodotti idonei le parti più delicate. In seguito venivano effettuati scatti fotografici per documentare la posizione dello scheletro nel momento del ritrovamento, si coprirono i resti fossili con carta e carta stagnola, isolando i reperti. Di seguito si scavò una trincea intorno alla carcassa ed essa venne ricoperta di una gabbia di tondini in ferro, la stessa che si usa per le costruzioni in cemento armato, venne fatto colare il cemento (che è il materiale più affidabile poiché non accelera l’essiccamento dei reperti) e si attese il tempo necessario affinché il cemento “tiri”. Tramite mezzi meccanici, si posizionò una grossa lamina in ferro al di sotto del blocco di cemento e si saldò la gabbia alla struttura in ferro creando i punti di ancoraggio per il sollevamento del blocco. A questo punto, finalmente, il blocco venne alzato, la lamina venne tolta e si iniziò a consolidare la parte ossea per poi esporla all’ interno del museo.

Questa tecnica aveva numerosi vantaggi: permise di salvaguardare i fossili dal degrado, di ridurre i tempi di interruzione dei lavori alla cava di lignite, di risparmiare tempo e denaro e di salvaguardare il resto del patrimonio fossile delle ligniti di Pietrafitta.


Le grandi macchine

La zona mineraria di Pietrafitta era composta, fino agli anni ’90, da 3 grandi aree: miniera grande, poderetto e poderone che venivano sfruttate in modi e tempi diversi fra loro. In generale l’attività estrattiva era portata avanti grazie a delle enormi macchine di colore arancione che stimolavano e stimolano tuttora, la curiosità di ogni visitatore. I banchi ligniferi venivano liberati dallo sterile di copertura tramite un grande escavatore con ruota a tazze. In seguito lo sterile per mezzo di un poderoso ponte trasportatore , veniva riposizionato per ricoprire la depressione lasciata dalla scavo di lignite.
Un altro escavatore con tazze dentate estraeva la lignite che veniva trasportata all’interno della centrale in idonei locali, chiamati “bunker”, tramite numerosi nastri trasportatori. Il reperimento dei fossili è stato favorito da questa tecnica di scavo, poiché la lignite veniva praticamente “sfogliata” ed era più facile rinvenire i reperti. Oggi queste gigantesche macchine, sebbene in disuso, risultano ben visibili nella zona intorno alla vecchia cava estrattiva.


Luigi Boldrini

La prima raccolta paleontologica di Pietrafitta si deve all’ opera ed alla passione di Luigi Boldrini, per tutti “Gigino”, un assistente capoturno di miniera che negli anni ’60 ispezionando sistematicamente e continuamente gli scavi dei depositi ligniferi, cominciò a rinvenire i primi resti fossili.

Negli anni ’80 la direzione ENEL di Pietrafitta e la Sopraintendenza Archeologica dell’Umbria, incaricarono l’Università per gli Studi di Perugia di coordinare le operazioni di trasferimento dei resti fossili accumulati nell’area mineraria in un unico ambiente. Solo a quel punto ci si accorse di quanto fosse importante il bacino geologico di Pietrafitta.

Qualche anno dopo la miniera è gestita da Angelo Moratti e la produzione aumenta, impiegando 1800 dipendenti; purtroppo nel 1944 i tedeschi in ritirata distruggono la miniera. Nel 1948 nascono nelle vicinanze della miniera una fornace di laterizi ed una vetreria che venivano alimentate a lignite: l’attività estrattiva riprende grazie a Luigi che fonda insieme ad altri operai una cooperativa di produzione e lavoro; il suo compito è vagliare la lignite che poi veniva utilizzata come combustibile per la fornace e per la vetreria.

Nel 1955 venne commissionata la costruzione di una nuova centrale termoelettrica integrata e nel 1957 Luigi Boldrini è ancora caposquadra con il compito di fare alcuni sondaggi alla ricerca della lignite. Nel 1966 la centrale Enel viene chiusa per alcuni lavori e Boldrini viene mandato in Calabria dove durante gli scavi rinviene alcuni fossili: capendo subito l’interesse di quei ritrovamenti, comincia ad appassionarsi alla loro ricerca ed al loro recupero, attività che prosegue con il suo ritorno alla centrale di Pietrafitta. Il primo reperto trovato da Gigino è quello di una tibia di Leptobos a cui segue qualche anno dopo, il ritrovamento di un elefante.

Nel tempo Boldrini con grande fatica, sotto qualsiasi condizione atmosferica, con pazienza e dedizione ha trovato, recuperato e conservato migliaia di reperti fossili di grossi elefanti, rinoceronti, bovidi, cervi, orsi, scimmie, castori, tartarughe, cigni, pesci, antibi, uccelli, topi, foglie, semi, conchiglie di bivalvi e gasteropodi e una nuova specie di un grande cervo a cui è stato dato nome “megaloceros boldrini”.

Luigi, non avendo a disposizione dei locali adeguati a collocare i fossili, decide di costruire una baracca di legno per la loro conservazione, che diventarono due e poi tre. Ma spesso le baracche venivano distrutte per rubare i reperti ed alla fine, egli decise di trasferire i ritrovamenti in un suo locale così che fossero più sicuri.
Nel 1975 Luigi Boldrini va in pensione ma torna alla miniera per continuare le sue ricerche per altri 14 anni.

I ritrovamenti di sono stati visiti da moltissimi esperti, italiani e stranieri concordi nel dire che si tratta di ritrovamenti di altissimo valore. Lo stesso Boldrini in alcuni dei suoi scritti degli anni ’80 dice: “ …. Ho riportato alla luce questi animali, li ho riportati a rivedere il cielo e la pianura di Pietrafitta, dove un milione di anni fa transitavano e pascolavano; oggi tutti noi possiamo ammirarli. Ad essere sincero sono orgoglioso di quello che ho fatto, posso dire con tranquillità: questi sono i miei ritrovamenti, questi sono i fossili di un milione di anni fa a disposizione di studiosi e pubblico di tutto il mondo. Tutti i reperti sono catalogati, anche il più piccolo frammento”.

Oggi la sterminata collezione di Luigi Boldrini è conservata nel Museo Paleontologico di Pietrafitta a lui intitolato ed è divenuta nel suo genere una della più importanti raccolte attualmente conosciute in Europa.

Dal 2011 il Museo testimonia non solo l’attività mineraria, la storia dei macchinari e delle opere ingegnose, ma anche e soprattutto le vicende sociali dei lavoratori e degli abitanti del territorio unite indissolubilmente al destino della miniera: l’alta valle del fiume Nestore è teatro di un meraviglioso esempio di archeologia industriale.

Il Museo Paleontologico “Luigi Boldrini” di Pietrafitta rappresenta una realtà unica nel panorama nazionale. La collezione di vertebrati fossili è una delle più ricche d’Italia. Il percorso espositivo allestito nel Museo ad oggi (2014) si può suddividere in tre parti principali:

Il “viaggio nel tempo” inizia con due vetrine che affrontano da un lato temi generali quali i processi di fossilizzazione e il trasporto pre-seppellimento dei resti organici, dall’altro i meccanismi che hanno portato alla genesi della lignite di Pietrafitta.

Si procede quindi con un percorso che - tra vetrine e pannelli espositivi - si snoda tra le varie specie animali rinvenute a Pietrafitta, partendo dai vertebrati non-mammiferi (pesci, anfibi, rettili, uccelli), per poi passare ai mammiferi, che rappresentano il cuore della collezione: ben 14 specie diverse tra roditori, carnivori, scimmie, ungulati e proboscidati. La parte finale del percorso, quella centrale, è dedicata proprio ai pachidermi: una delle più ricche collezioni al Mondo di Mammuthus meridionalis, specie vissuta nel Pleistocene Inferiore.
Qui, il visitatore ha l’opportunità di ammirare 8 scheletri più o meno completi, le cui ossa sono state lasciate - nelle cosiddette “culle” di cemento armato - nella posizione che avevano al momento del ritrovamento nello strato di lignite.